Torino e le Olimpiadi Invernali 2006


Cosa resta 10 anni dopo

Oggi Torino risulta logicamente cambiata dopo le Olimpiadi Invernali del 2006 ed è diventata una città dalle diverse anime: il centro, in cui svettano i grattacieli di Piano e Fuksas, è uno splendore, mentre le periferie (alcune) tentano con vigore una qualunque via di fuga dall’anonimato e dal degrado e per il quarto anno consecutivo il capoluogo vede calare il proprio numero di abitanti, sia italiani che stranieri e di conseguenza anche gli acquisti di case e gli affitti a Torino.

Inoltre Torino, in seguito a questo grandioso quanto dispendioso evento, si trovò a essere nel 2015 la città più indebitata d’Italia, con ben 3 miliardi di euro di deficit, contratto con istituti di credito privati, che viene ripagato dalla classe politica con i beni dei cittadini: prima con quelli pubblici e poi con quelli privati attraverso la tassazione.

Possiamo quindi affermare che Torino, dieci anni dopo, si stia ancora “leccando le ferite”, in seguito allo sfacelo post olimpico, che ha lasciato tra le altre cose, moltissime opere architettoniche abbandonate ad un triste destino, tra cui: la pista di free style di Sauze d’Oulx, costata 9 milioni, usata sei giorni e poi smantellata, il trampolino di Pragelato, costato 34,3 milioni di euro, la pista di bob di Cesana Pariol, costata 110,3 milioni di euro e soprattutto il villaggio olimpico, pagato ben 140 milioni di euro di soldi pubblici.

In particolare molto interesse lo ha suscitato proprio l’ex villaggio olimpico, su cui l’emittente araba Al Jazeera ha realizzato poco tempo fa un bellissimo réportage, da cui risulta che oggi vivano abusivamente, tra la sporcizia, la miseria, il degrado e l’indifferenza, dalle 800 alle 1100 persone di 56 nazionalità diverse, tutti rifugiati africani, molti scampati dall’inferno siriano e libico, formate soprattutto da giovani e purtroppo anche da 30 bambini.

Questo è quindi il prezzo pagato per un evento voluto dalla elitè di governo torinese, che probabilmente non serviva ai cittadini, in accordo con le parole dello stesso Marco Sampietro, ministro delle Finanze del comitato organizzatore di Torino 2006 che affermò anni dopo la fine dei Giochi: “A prescindere da come vengono organizzate, le Olimpiadi non sono mai il modo migliore per spendere denaro pubblico”.

Questa esperienza negativa ci dovrebbe quindi servire da lezione e ci dovrebbe far comprendere chiaramente le ragioni di un altro sindaco, in questo caso Virginia Raggi e un’altra città, ovvero Roma, nell’esprimere un netto rifiuto alla candidatura alle ben più dispendiose Olimpiadi del 2024, che se fossero veramente state organizzate nella città eterna, avrebbero consegnato la capitale al fallimento economico.