L’uomo e le regioni mediterranee


Fin dall’antichità classica i paesi ricoperti da foreste dell’area mediterranea subirono massicci disboscamenti ed erosione del suolo. Nel V secolo a.C. Platone descrisse in questo modo le colline aride e brulle dell’Attica, che erano state spogliate di recente dai loro alberi: “Quel che oggi rimane è come lo scheletro di un uomo malato, dal momento che tutta la terra fertile e soffice è andata perduta”.

Alla fine dell’età classica i danni erano già irreparabili, ma l’uomo andava imparando dai propri errori un miglior uso della terra: la diffusione di tecniche agricole più razionali e di specie più adatte gli permise di sfruttare al meglio le caratteristiche dell’ambiente mediterraneo.

Molte civiltà si susseguirono nell’area mediterranea e ciascuna di esse provocò grandi mutamenti nell’ambiente naturale. Sulle montagne furono abbattute ole conifere, i cui tronchi lunghi e dritti erano molto ricercati dai costruttori di navi, e le latifoglie, il cui legname veniva bruciato per fare carbone; soltanto di alcuni alberi utili, come il castagno, furono curati i rimboschimenti.

Sulle colline pedamontane il diffondersi dell’agricoltura e dell’allevamento causò la distruzione di varie aree di foresta: in queste aree fu però sperimentato il terrazzamento del terreno che evitò l’erosione del suolo. Le tecniche di irrigazione intanto raggiunsero il più alto livello nella fitta rete di acquedotti e di canali costruiti dai Romani.

Fu introdotta anche la diversificazione delle culture: l’olivo e la vite in collina, il grano e altri cereali in pianura. Tutto il Mediterraneo andò intanto popolando di città e di porti. Piante esotiche come i cedri, i melograni e i fichi furono introdotte allora dai mercanti e furono in seguito coltivate su vasta scala per l’esportazione.

L’Europa meridionale, con la sua lunga storia di insediamenti umani, di agricoltura e di pastorizia, ha subito grandi trasformazioni e alterazioni del suo ambiente naturale. Nel corso dei secoli praticamente tutta la foresta mediterranea europea è stata eliminata o dalle attività agricole o dal pascolo e particolarmente sui pendii ripidi e rocciosi, la distruzione della foresta ha significato una maggiore erosione ed un irrimediabile deterioramento del suolo.

L’agricoltura ha causato meno danno alla vegetazione che non l’allevamento del bestiame. L’uomo infatti, perfezionando le pratiche agricole, ha imparato a selezionare le colture più adatte alle caratteristiche del suolo e del clima di una regione: così la coltivazione di cereali in pianura e di olivi e viti in collina si è rilevata un ottimo sistema di sfruttamento del terreno nell’area mediterranea.

L’allevamento del bestiame invece provoca spesso un deterioramento più grave del suolo: particolarmente dannosa ad esempio è la capra, onnivora, che torva cibo nel fogliame, nella corteccia degli alberi e nei cespugli del suolo. Difficilmente dopo l’assalto della capra la vegetazione puà tornare al suo stato originario, ma viene sostituita da cespugli tipici della macchia mediterranea.

Ad esempio a Pantelleria, isola del Mediterraneo che si trova tra la Sicilia e la Tunisia famosa anche per i suoi dammusi, la flora è costituita totalmente dalla macchia mediterranea, assai rigogliosa nelle regioni sud-orientali. Gli elementi dominanti della macchia mediterranea sono costituiti dalla ginestra, dal corbezzolo e dal pino marittimo; sulle cime più alte boschi di pini, che a quote più basse sono sostituiti da querce.